Articoli marcati con tag ‘bangkok’

La storia thai

15 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 445, 7.30

Ho svuotato ieri la mia stanza dando lo zaino ricolmo con gli effetti personali che saranno con me anche in India a Young; per oggi abbiamo in serbo di andare ad Ayutthaya, luogo che volevo fortemente visitare da una decina di giorni.

Ayutthaya

Sveglia presto, arrivo in stazione in largo anticipo mentre aspetto che Young arrivi puntuale, dato che se perdiamo il treno dell 9.30 dovremmo aspettare più di un’ora per il seguente. Il maligno coreano invece si fa aspettare, chiamandomi dicendomi che è in ritardo e che arriverà agli sgoccioli: fortunatamente il treno parte in ritardo quindi c’è la facciamo a partire.

Il treno punta verso nord, tagliando quartieri delle città e fermandosi ad alcuni semafori del traffico stradale, in una situazione mai vista prima. Procede lentissimo e mi chiedo quando arriveremo di sto passo, ma ovviamente, una volta uscito dalla congestione  urbana, il veicolo su rotaia pedala veloce.

Vedo Ayutthaya, vedo la mappa e già le gambe mi fanno giacomo: optiamo per prendere un tuk-tuk che ci porti nei posti clou: passiamo per Wat Phanon Choeng, Wat Phra Mahatat e Wat Phra Si Sanphet. Mi piace molto, mi ricorda Angkor Wat solo che più derelitta ma con lo stesso fascino storico; la differenza sostanziale sta che i siti sono estremamente ordinati e lo stile è molto diverso. La pietra utilizzata per queste costruzioni è rossa e l’architettura qui delle cupole non è arrotondata, bensì una simil-versione gotica, con un pinnacolo lungo e longilineo. La pioggia si alterna al sole coperto in un gioco che non è proprio congeniale a far riprese con la telecamera, per la discontinuità che crea.

Young dopo il secondo sito lo vedo palesemente svogliato ed annoiato, complice il fatto che “tutti i siti sono uguali” che non è proprio vero, ma un pochino lo capisco. Come ad Angkor Wat dove c’è talmento tanto da vedere, si rischia l’overdose d’arte ed è giusto in posti come questi, dividere la visita in più giorni.

Martin intanto a Bangkok sta organizzando la serata e lo lascio giocare in casa. Il risultato è molto semplice: andiamo in un chiosco a mangiare uno dei piatti più disgustosi della storia, del pollo con gli anacardi che di norma è squisito, qui fa cagare. Arrivano poi due sue amiche sulla trentina molto dolci e simpatiche con il quale trascorriamo una piacevole serata in locali expat (la zona sembra sia campo di stranieri in generale). Andiamo poi in un bar chiamato “Titanium” del quale Martin parla benissimo: hanno pure la “cold room”, una stanza con la temperatura a zero gradi dove vai dentro, bevi una voodka e vieni fuori. Peccato che il resto della clientela sono maschi con escort e le due donne con noi, non gradiscono troppo. Una di loro mi spiega che ama andare all’haldlock cafè, che non riesco a capire che sia: dopo dieci minuti di contorsioni vocali capisco essere l’Hard Rock Cafè.

Nonostante non siano abbienti, le due ragazze bevono come due pompe, pagando le cifre indecenti del locale mentre io mi adeguo alla birra più economica, tenendola finchè diventa calda e…una bottiglia da compagnia.

Km. percorsi oggi: 0 Km                   Totale km da inizio viaggio: 22559 Km

Oasi verde a Bangkok

14 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 444, 7.30

Visto il recupero dopo solo dieci gioni spesi orizzontale in una pallida camera d’hotel è ora di fare del sano sightseeing di Bangkok. La capitale in sè non è un posto travolgente artisticamente parlando però c’è ne è per tutti i gusti e le scelte, a livello di divertimento o culinario. Qualifiche che non mi tratterrebbero in un luogo per più di un paio di giorni, ma è anche lo snodo logistico mio e dello scooter, quindi pazienza e organizziamoci.

Meglio evitare i templi locali che vengono insieme a biglietti d’ingresso ad hoc per i turisti del sesso che come pagano 50€ per prestazione, qui si paga 10€ per quel pur sempre è un ingresso…

Young e io optiamo per l’isola di Ko Kret, locata un bella distanza a nord di dove residiamo e per arrivarci dobbiamo fare un melting pot di ferry, bus e taxi. Da subito c’è odore di metà turistica ma siamo durante la settimana ed in bassa stagione quindi ha l’aspetto da “tutto chiuso”; incontriamo un tizio che costruisce marionette in legno che ci spiega come le fa e a chi le vende. È molto simpatico e non accenna minimamente al fatto di comprare ma anzi dimostra genuina passione nel passare in rassegna le sue creazioni che, a dire il vero però, non sono tanto belle.

Il resto del nostro tour dell’isola prosegue indisturbato tra scenari naturalistici che ricordano quelli visti nelle isole del Mekong, solo che qui ci sono più connotati tropicali. Le persone quando ci vedono non fanno nemmeno lo sforzo di correrci dietro per vendere qualcosa perchè tanto siamo due miseri clienti per il quale non vale la pena alzarsi dalla sedia. Sembra che rompiamo le palle anche ad ordinare una bibita fresca ad un baracchino e sebbene siamo due stranieri, ora siamo decontestualizzati dal gregge che sono abituati a vedere, quindi ci scrutano con imbarazzante intensità.

Ma almeno vedo onestà: onestà nella curiosità e onestà nel dimostrare fastidio.

Letteralmente giriamo in tondo nell’isola che a vedere la cartina pare tanto piccola ed invece si rivela essere una scampagnata che non finisce più tra il caldo e umido previsto.

Sono obbligato a tornare in città presto per fare le ultime carte inerenti la spedizione dello scooter, ad essere più precisi, pagare e riprendere il passaporto. Pornchai è il solito affabile personaggione e mi dice che avrà in carico lui lo smistamento carte con l’Italia, quindi a me rimane solo che…pagare i 330€, escludendo la tratta oceanica che invece pagherò in Italia.

Termina anche la mia permanenza nel hotel New Siam I e me ne vado a stare da un couchsurfer ceco-americano; Martin mi aveva invitato a stare a casa sua ancora dei giorni fa ma causa la mia salute precaria, non volevo capitargli a casa da rottame. Vive ben fuori dal centro, in una soi laterale della Sumkhuvit e quando arrivo a casa sua rimango sbalordito: l’abitazione è letteralmente enorme, saranno 200 metri quadri il primo piano ed un’altra bella dose il secondo. Mi spiega che i proprietarsi sono una coppia mista americano e thai che danno le stanze in sub-affitto e così facendo vivono nella casa, senza pagare nulla, tutto coperto dai coinquilini.

Parliamo del mio viaggio e della sua esperienza motociclistica di sei mesi prima di decidere di firmare per un agenzia di consulenza qui a Bangkok un contratto di tre anni.

Il caso è il destino della vita: funziona sempre.

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Lo scooter è pronto per prendere il largo

13 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 443, 7.30

Lo scooter da quasi due mesi è stato compagno assente: prima in Vietnam dove non ci fu la totalità del tempo e poi le longhe soste cambogiane ad ora qui a Bangkok, nonostante effettivamente io stessi lavorando per lui. Ora però lo scarico o meglio lo devo mettere a punto per il “carico”.

L’appuntamento con Pornchai è per le 11 di mattino in un posto aldilà del fiume che sulla cartina della città mi sembra vicinissimo. Invece gli eterni semafori da 100 secondi della capitale thai e l’andatura rallentata per rispondere alla domanda “ma sono giusto?” fanno si che arrivo involontariamente puntuale. Mi aspetto un maestro della casse o comunque un locale simile ad una falegnameria ed invece c’è questo tizio che penso con pezzi di legno improvvisati dovrà far il contenitore. Ma alla fine, come al solito, chissenefrega, dato che è più una cosa obbligatoria che in questo caso non vuol dire necessaria.

Mantengo lo smontaggio al minimo, togliendo solo il manubrio in modo da abbassare quei 15 cm, tolgo la coda per ridurre la lunghezza di 10 centimetri ed estraggo la benzina. Non posso nemmeno spedire con la batteria che comunque avrebbe poco senso, visto che è completamente esausta da tempo immemore. In 15 minuti, con un po’ di ansia da prestazione smantello lo scooter, do tutto ciò che deve venire spedito e saluto per la seconda volta il mio fedele compagno, dandogli appuntamento un mese dopo, un continente più in là…

Impaccato

Sono riuscito a fare tutto abbastanza velocemente e, al di fuori del fatto che devo dare il passaporto originale a Pornchai perchè la dogana sia certa che il veicolo è mio, tutto è posto: lo scooter è pronto ad andare in nave!

Ho quindi tempo a sufficienza per prendere un altra di barca, quella che fa da spola lungo il fiume Phraya, ed incontrare Young al museo di forensica all’ospedale Siriraj. Il coreano sarà presto uno studente di medicina, mentre io partecipo più in vece di cinico amateur del macabro. Qui però il macabro valica i confini dell’immaginabile con infanti deformi tenuti sotto liquido metilico: oltre a questi ci sono anche interi corpi di persone sottoposti ad autopsia e se mentre all’inizio penso siano di plastica, le cicatrici sono un effetto visuale inutile se così fosse. Organi umani, foto di persone che si sono suicidate ed altri tipi di immagini gore che fanno occhiolino a nomercy.com; più interessante è invece la sezione dedicata alle malattie tropicali che mi fanno entrare nel mio piccolo mondo ipocondriaco, considerati i numerosi malesseri degli ultimi tempi.

Alla sera, grande evento! Una della poche cucine che ha scansato il mio invecchiare, ha raggiunto la mia convinzione a venir testata: si tratta, guarda un po’, della cucina coreana. Con l’ausilio di Young andiamo in un ristorante vicino all’ostello, locato in zona turistica, che approcciamo con scetticismo elevato: non oserei mai mangiare italiano in questi ristoranti che ricavano la ricette da siti web anglofoni, quindi capisco Young e il suo dubbio. Lascio ordinare lui, precisando che niente debba essere piccante o acquoso, il che vuol dire escludere un buon 70% della loro cucina, però non c’è alternativa: per lo stupore di Young e mia contentezza, tutto è assolutamente squisito a parte il kimchi, dei sottoaceti dal gusto troppo acido. Il resto è delizioso ed accetto di pagare il conto salato in nome di una cena come si deve dopo tre giorni di magra.

Mica devo sempre dormire per terra e mangiare pad thai!

Desidero ringraziare (ed abbracciare…) le seguenti persone per la donazione! Grazie per aver contribuito a supportare il mio viaggio:

  • Sergio “Edvard” Ambrosoli, guru musicale nonchè contribuitore della mia soundtrack di viaggio, ha donato 10€

Chiunque volesse aggiungersi a questo elenco con una donazione, può farlo attraverso il sito sul link nella barra laterale destra, utilizzando una carta di credito o Paypal.

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Ai minimi storici

10-11-12 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 440-442, 8.30

Tre giorni che possono venire raggruppati assieme, perchè per la prima volta in questo viaggio mi trovo ad essere completamente sedato a letto, con una buona dose di medicinali. La tonsillite dopo l’exploit di giovedì sera non mi ha dato tregua per i tre giorni successivi, più per l’effetto consequenziale della febbre derivante; così se alla mattina faccia azione letargica al pomeriggio vago in stile zombie in cerca di qualcosa da mangiare.

Costretto persino ad interrompere la dieta vegan per non dar ulteriore fardello al corpo già provato: anche in situazioni normali infatti, il cambio radicale di dieta mette in moto le tossine presenti nel corpo creando spossatezza ed io ora non sono in grado di sopportare un ulteriore penalizzazione corporea.

Mi dispiace per Young, al quale ogni giorno devo dare “pacco” per via della salute però tutto ciò è al di fuori del mio controllo. Come all’andata, Bangkok si rivela città maledetta dove l’aria condizionata in ogni locale fa schiattare le fregne come me.

Nessuna highlight, nessun pensiero ad infilarsi nella mia testa bollente e poche speranze: ecco come genero le migliori canzoni che scrivo, aggiunto alla spinta di un amico a riprendere l’attività di composizione, che mi viene in mente di concludere un brano iniziato anni fa.

La musica, mio amore sin dall’infanzia, prima in maniera passiva ascoltando il rock demoniaco e poi essendone parte attiva, scrivendo musica: le note come valvola di sfogo.

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Rise and fall

09 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 439, 7.30

Sono in forma, mi sento rinvigorito quindi è venuta l’ora di girare il resto di Bangkok, la parte della capitale thailandese che non visitai in dicembre. Non sono stato al complesso di templi, quindi opto per la visita di Wat Phra Kaew per la cifra impazzita di 350 bath (9€). Ci penso dei minuti prima di entrare e alla fine scelgo di accedere perchè non ho idea di venire a Bangkok ancora, se non di passaggio, così almeno mi tolgo dalle palle questa città. Il prezzo include anche l’ingresso a Vimanmek mansion, la costruzione in teak più grande del mondo, nel quale però son già stato in dicembre.

Wat Phra Kaew

Il tempio è tipicamente thai, colorato con centomila dragoni e Buddha ad ogni angolo e me la godo tranquillamente passeggiando lentamente tra i turisti e le guardie reali, rigide come quelle della regina inglese.

Bangkok è enorme e coprire a piedi la distanza che mi separa dal tempio all’ostello è una bella sgambata che faccio non tanto piacevolmente. Il premio però è il mio terzo giorno di cibo vegano: questa volta opto per un burger tempeh, fatto di semini e legumi farcito con del burro di arachidi, il tutto per dare un apporto proteico e vitaminico equilibrato.

Stasera arriverà Young, il coreano con il quale ho trascorso diversi giorni in Vietnam, dato che da qui volerà a casa.

Sarà che prendo della pioggia mentre torno in ostello, ma alla sera le forze sono al minimo, tanto che in attesa di Young faccio un sonnellino alle 18. Quando mi chiama per dirmi di essere arrivato, mi sento malissimo ed il termometro dice 38,6°C: Young arriva e non faccio quasi nemmeno tempo a salutarlo che gli chiedo se mi accompagna in ospedale.

Andiamo in taxi, non vedo nemmeno dove ci dirigiamo dato che tengo gli occhi chiusi in sofferenza totale: all’Adventist hospital mi fanno una flebo di minerali e, in pieno stile asiatico, una borsetta di farmaci da prendere. Mi fan quasi pensare che prescrivono tante medicine, così chissà che almeno una funzioni.

Torno semi-morto all’hotel, diagnosticato con una tonsillite ed una scorpacciata di farmaci da prendere.

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Pensiero pro-attivo

08 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 438, 7.30

Ho l’appuntamento con lo spedizioniere alle 10.30 dalle parti del parco di Lumphni, la zona dove ci sono praticamente tutte le ambasciate. Dopo un po’ di confusione nell’individuare il palazzone giusto, incontro Pornchai, il direttore di Capital Logistics Thailand, la sussidiarie dell’azienda madre italiana. Il signore è estremamente disponibile e dopo aver visionato le carte, mi assicura che tutto il necessario dovrebbe averlo.

Sarà la nuova dieta priva di latticini e derivati animali o le medicine o il fatto che ho dormito poco ma ho una stanchezza enorme addosso e cammino faticosamente. Guardo per trovare un posto etico che sia in regola con lammia nuova disciplina settimanale però non trovo nulla che non sia sushi e costi un fottio di soldi. Devo anche acquistare il tanto agognato grandangolo per la telecamera ma non ha senso che mi metto a far compere in questa condizione, dato che finirei per acquistare il primo prodotto senza nemmeno contrattare sul prezzo.

Questa nuova sfida mi sta mettendo nella situazione di analizzare sempre qualsiasi cosa, vederne il contenuto e una volta individuata la parte animale, scartarla. È un esercizio utilissimo, per ragionare cosa c’è dentro quello che mangiamo, se ci serve e soprattutto, se diamo un apporto equilibrato all’organismo. Normalmente ho una buon rapporto di comsumo carne/vegetali, però sto così scoprendo nuovi gusti e nuovi piatti: arrivo dallo stesso ristorante di ieri ordinando un hummous e falafel con pane pita, come da secoli non mangiavo e sorpresa sorpresa è squisito. Per la prima volta utilizzo il concetto “sono vegetariano” che sebbene non applichi, è il modo più semplice per dire ad un tizio che lavora in un ristorante “non voglio mangiare carne”.

Parlando con i miei amici mi trovo ad essere strenuo difensore di una cosa che non sono ma di una causa che comunque supporto: mi sento dire “mangia carne più che puoi, perchè non puoi risolvere nulla” che oltre a forzare una dieta sbagliata, rafforza il concetto di capronaggio. È come dire “se non puoi risolvere il problema dei ladri in Italia, sii come loro” che è il motto migliore per riassumere il perchè della situazione politico-economica italiana. Non c’è (apparentemente) nulla da fare quindi mi adatto.

La stessa persona che accusa gli italiani di essere caproni, la pensa alla stessa maniera. Dico,ma se io ripudio qualcosa perchè mi ci abituo ed anzi vivo adottandone i dettami?

Altri mi dicono di non sopportare “l’imperialismo alimentare” imposto dai vegetariani che tentano di convertire nuovi adepti, fossero manco dei testimoni di Geova. Personalmente non ne ho mai incontrati e penso che i mangiaerbe che fanno così, siano dei novizi che devono più convincere se stessi prima che gli altri.

Il mio pensiero è che se uno non mangia gli animali perchè li adora in tutte le sue forme o semplicemente non ama la carne, è una motivazione mentale indiscutibile.

Se uno non mangia la carne”solo” per protesta contro l’allevamento intensivo, questo ha tutto il mio rispetto: è una forma che va magari contro il proprio piacere gustativo mirata a non farsi coinvolgere in quelli che sono i danni che questa industria crea.

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Sfida vegana

07 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 437, 7.00

Non mi sento affatto bene, ma devo assolutamente andare a iniziare le procedure per il visto indiano onde evitare inconvennienti dell’ultimo minuto o incappare in ritardi. Cerco su google che autobus prendere per arrivare in ambasciata, però un po’ la confusione un po’ la stanchezza fan si che dopo mezz’ora di tentativi, prendo un taxi e vada con quello.

Da pirla ascolto quel che il tassista mi dice, cioè che il posto è distante e che è meglio andare per tariffa fissa invece che con il tassametro: spara 300 bath (7,5€) ed io per la seconda volta pirla a tempo ravvicinato, accetto. Scoprirò con l’esperienza che con quella cifra avre fatto lo stesso tragitto tre volte…

Cedo tutti i miei incartamenti all’impiegato effeminato dell’agenzia che fa le procedure di visto in vece dell’ambasciata indiana che stampa quà e là: “vieni lunedì pomeriggio che il visto è pronto”.

Sono le 9.15 ho tutta la giornata davanti, potrei conquistare Bangkok, visitando ciò che non ho fatto se non fosse che tiro la ciabatta a malo modo, e già fare pochi metri a piedi mi deabilita completamente.

Con un fisico come il mio, viaggiare è una pena, talmente è sensibile ad ogni soffio d’aria o cibo non igenicamente al 100%. Facendo una stima approsimativa, posso dire che un 10% della durata del viaggio, non ero in condizioni di salute ottimali. Se si pensa che quando la malattia era legata alle diverse forme di dissenteria, che portava con se bassissimo umore, una percentuale considerevole del viaggio non l’ho vissuta al top. Però non posso farci niente, se non sopportare le conseguenze.

Falafel

Alla fine decido di tornare in ostello per dormire e riposare un altro paio di ore, prima di andare a pranzo in un ristorante vegano, iniziando oggi lamia nuova missione: per una settimana voglio tentare di mangiare vegan, ossia nè carne nè qualsiasi forma di derivato animale (latte, uova etc). Questo per due motivi principali:

  • Depurare il corpo dopo così tanto tempo a mangiare cibo secondo l’offerta che trovavo, senza guardare all’effettivo apporto nutrizionale migliore
  • Provare a vedere quanto difficile avere questo tipo di dieta.

Il veganesimo è l’unica forma di “amore animale” con il quale concordo: coloro che sono vegetariani e poi comprano uova o latte al supermercato mi fanno ridere, visto che l’allevamento intensivo avicolo non è fatto certo per la carne ma per le uova. A questo punto ama di più gli animali un contadino che ha le sue bestie e dopo tot tempo le abbatte per il sostentamente della propria famiglia. Sicuramente, dato che questo mangerà il prodotto che alleva, il trattamento che riserverà agli animali sarà di prima qualità.

A rendermi più facile la missione è la presenza di numerosi ristoranti vegetariani e vegani nelle strade di Bangkok, uno dei quali ha pure la wifi, dove posso trarre doppio vantaggio.

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Backpacker

06 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 436, 13.30

Mi sveglio letteralmente annegato di sudore che mi faccio schifo da me stesso. Non mi sento per niente bene ed il termometro me lo conferma scientificamente, quindi mi sa che l’ambasciata indiana dovrà attendere fino a domani.

Propaganda politica

Gli occhi sono lucidi e sono debole, quindi mi ancoro al letto e…basta.

Pachidermicamente vado a cenare al piano sotto nell’hotel, senza nè fame nè gloria, un panino che faticosamente finisco. Maledetta sia anche l’amoxicillina, il medicinale che ho scelto per autocurarmi, che ogni volta mi procura delle afte in bocca che han ben poco di piacevole. Per il resto un dato: un giorno e mezzo che sono qui e devo ancora scrostarmi da Khao San road…che backpacker che sono diventato.

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