Welcome (fuckin’) home Claudio

22 Luglio 2011 – Trecate (I), Giorno 482, 6.00

C’era posto per sdraiarsi nell’aereo semivuoto ed ho potuto dormire beatamente due o tre ora in posizione semi-orizzontale. Vengo risvegliato dalla quinta portata di cibo, la colazione e grande gioia per l’arrivo dei dolci ed il prossimo arrivo fisico in patria: vedo le Alpi e immagino che solo un paio di ore prima sorvolavo nella notte l’Himalaya, due catene montuose entrambe cariche di fascino sebbene geograficamente distanti.
Vedo dall’alto scenari e viste a me familiari, pianura padana e monti dalle forme già viste nei numerosi voli che facevo verso il Regno Unito qualche anno fa: sto tornando a casa, sono anche i sensi a dirmelo. La luce del sole è diversa, i tetti delle case sono diversi, la coltivazione e l’impronta dei campi visti dall’alto: ripeto a me stesso che non sto effettivamente tornando a casa, poichè il mio habitat lo restringo al circondario trevigiano, però la volontà di parlare la lingua madre full-time è forte.

L’aereo atterra ed io ho solo un misero bagaglio in cabina quindi mi divincolo tra anziani e vacanzieri che procedono per Malpensa con la camminata stanca e d arrivo al controllo passaporti. Tutte le porte dell’aeroporto sono automatiche ma non quest’ultima e per poco mi schianto sul vetro; apro, lascio che il braccetto sopra la chiuda in automatico quando avviene la seguente conversazione:

Io: Buongiorno.
Poliziotto: La porta l’ha trovata aperta?
Io: (mi giro a guardare e la vedo socchiusa) A no, pensavo si chiudesse in automatico…
Poliziotto: Le porte si chiudono! (con tono maleducato)
Io: Ok, ti chiudo la porta e va**anculo (riprendendo il passaporto).

Welcome (fuckin) home Claudio!
Ricordo che a.c.a.b sempre ed ovunque.

Ad aspettarmi c’è la mia cugina e suo marito anche se è difficile per me chiamarla con il titolo di parentela: sono il più giovane dei cugini ed in questo caso la differenza è di 30 anni, tanto che suo figlio è più vecchio di me. Sento l’odore dei campi, della pianura padana e dell’umidità che regna ovunque, la segnaletica stradale che meglio comprendo, marche di autovetture a cui l’occhio fa facile riferimento. Sono a casa.
Avevo mentre ero in aereo alcuni flashback del viaggio, immagini della Cambogia e i tempi duri tajiki, episodi mentali che svanivano alla cognizione di star ritornando a casa, a ciò che si prospetta, il materialismo sotto forma di cibo che però è quanto più di liberatorio ci possa essere visti i recenti avvenimenti.

A casa mi ritrovo subito a gestire la comunicazione di fine viaggio estero, tipo parlare con il cazzo-di-spedizioniere che incapace come pochi, non riesce a ribattere alla dogana in maniera adeguata: mi trovo sulla email la richiesta di documenti inutili o che non posso produrre (PRA e fattura), quindi questa volta sono nero perchè oltre al preventivo di spesa allucinante mi trovo anche a dover presentare carte inutili. Chiamo e con un po’ di tono e direttiva sul come procedere, riesco a farmi capire e lunedì o martedì lo scooter dovrebbe venire consegnato alla RMS a Seregno.

Fuori di casa, scorre il ritmo tipico della province del nord Italia: macchine che passano con soggetti alla guida del quale capisco la professione allo sguardo, lentezza estiva che non starebbe male in Laos ed una pulizia dei centri urbani che mi fa fin schifo da quanto maniacale. Ero quasi riuscito ad abituarmi alla polvere e agli odori asiatici quando l’India era stata riuscita a fregarmi, nonostante i bassi standard li davo per assimilati: ora tutto sembra appena passato da una signora delle pulizia, tutto ha un che di soprammobile. E va molto bene così!

Il clima è gradevole, caldo ma non insopportabile, leggermente ventilato e sedermi per terra a casa mi riporta in abitudini orientali a dispetto dei suppellettili che ora mi risultano inutili. Non sono a casa, ma lo sono quasi, sono ciononostante nella pianura padana e l’unica cosa che manca è lo spritz a due euro.

La sera insieme a mio cugino andiamo ad una festa di laurea dove faccio breve comunicazione per lasciar maggior margine alla bocca per approfittarsene del buffet.

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Dove Giungere? A casa

21 Luglio 2011 – Mumbai (IN) – Trecate (I), Giorno 481, 11.00

C’è un primo giorno ed un ultimo giorno in ogni occasione.
A volte si sceglie queste date, a volte no e la sorte va accettata comunque.
La fine corrisponde a sua volta all’inizio di qualcos’altro e viceversa.
Il mio viaggio non termina effettivamente però con il ritorno in Italia, l’intensità, l’avventura, la sorpresa culturale saranno secondari: primo ruolo ce li avranno le sensazioni e la voglia di tornare a casa.

Ci svegliamo tardissimo, conseguenza della lunga nottata sfidandoci alla PlayStation del quale non prendevo mano da almeno due anni. La volta precedente è quando durante gli esami dell’ultimo anno di università il magnete del gioco aveva il sopravvento sul dovere dello studio. Erano bei tempi quei mesi, quelli che precedevano gli esami perchè se da un lato dovevo applicarmi di più, almeno non lavoravo cinque giorni alla settimana e sfuggivo dal binomio uni-pizzeria.
Mumbai è un chaos di vetture, taxi e bus e per arrivare all’aeroporto senza stress, lascio la casa di Moeen alle 15.30, tre ore prima del volo verso l’Arabia Saudita, dove faccio il primo scalo. Ci salutiamo ed io gli passo il testimone: la prossima volta dovrà lui a venirmi a trovare in Italia, magari come modello chi lo sà, ma ha il dovere di passare.
Per farli contenti prendo il taxi verso l’aeroporto spendendo 3€ in più ma risparmiandomi tre cambi di mezzo, possibili imprevisti, il fatto di dovermi arrampicare in treno. Non ho proprio voglia quest’oggi di mettermi a far numeri: fatemi tornare e andrà tutto bene.
Per entrare nella struttura aeroportuale serve la carta d’imbarco stampata, suppongo per evitare le normali corrierate familiari di indiani che vanno a salutare il figlio o il nipote che sta partendo verso lo sconosciuto ovest. Io non c’è l’ho quindi dopo devo convincere il tizio di AirArabia a venire all’ingresso e confermare il fatto che ho un volo prenotato per quest’oggi. Dentro me la prendo comoda e  mi avvio verso i metal detector un ora prima dell’imbarco: c’è una fila di almeno duecento metri il che mi manda subito in opzione survival: non c’è la farò mai ad essere al gate in mezz’ora quindi vado dal tizio che separa VIP e passeggeri regolari, gli mostro la carta d’imbarco, dico che non ho tempo (la seconda frase più frequente in Veneto…) e mi trovo nella fila VIPs con soloe cinque persone davanti.
Se non hai stress, createlo.

Entrambi i voli da Mumbai a Riyadh in Arabia Saudita e dalla capitale araba a Milano sono per un buon 50% vuoti e mi sdraio tranquillo a dormire nei pochi momenti liberi nel quale non vengo trattato come un toro all’ingrasso: la compagnia aerea è ottima, le hostess hanno il giusto fascino mediorientale e mi hanno servito cibo cinque volte in 15 ore con loro, una media da infante.
Attesa lunghissima allo scalo in Arabia e una voglia forte d’italianesimo.

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Buon compleanno Claudio (2)

20 Luglio 2011 – Mumbai (IN), Giorno 480, 10.00

Oggi dovrebbe essere un giorno semi-triste in quanto celebro il procedere degli anni, la vecchiaia avanzare mio malgrado. 27 anni, un età dove dovrei saltare i fossi longitudinalmente ed invece sono appena uscito da una lunga battaglia con i batteri/parassiti indiani che hanno avuto il meglio su di me per due settimane.
…ma se non è adesso che mi posso permettere di stare male e procedere, quando lo devo fare?
…ma quando se non ora è il momento nel quale voglio scoprire, voglio andare avanti senza badare le mille difficoltà ed anzi vedendo solo ed unicamente oltre?

Va bene celebrare il mio compleanno questo 2011, vissuto interamente sulla strada.
Un anno fa stavo venendo iniziato a questa sensazione di libertà. Io, i bisogni ridotti ai minimi termini e le sole emozioni come benzina fisica.
Rendermi conto che non sono le due paia di scarpe di riserva o le sei t-shirt a rendere la mia vita più agevole e piacevolmente vivibile: questi sono paletti, è merceologica dal potere inverso, cose che diventano magneti del nostro quotidiano.
Man mano ho capito cosa serve di più e cosa serve di meno, ciò che necessito essenzialmente e ciò che magari non importa così tanto, legami che devo avere e legami che possono passare in secondo piano.

Un’anno dopo mi vedo, non dico radicalmente cambiato, ma sicuramente più consapevole delle mie vere esigenze.
Più consapevole di cosa sta a Est dell’Italia e forse un po’ più razionale, metodico e snello nel capire come risolvere i problemi.
Siano benedette le difficoltà: quante blasfemie nei momenti eppure che lezioni sono state, in piena regole “dagli errori s’impara”.

Dovessi venirmi chiesto cosa cambiare, non intaccherei nulla: tutto è esperienza, tutto mi è servito, anche spingere lo scooter.
Quest’anno ho vissuto ed è giusto celebrare.

Lì fuori intanto c’è Mumbai ad attendere che io vada a scoprirla anche se io non ne ho moltissima voglia: mi piego al dovere di vedere l’importante hub indiano e con Moeen, che sembra ddirittura più spaesato di me passiamo in rassegna ciò che la capitale del Maharashtra ha da offrire: la classica Gate of India, il luogo da dove i sovrani inglesi entravano ed uscivano dal territorio coloniale. Un enorme arc de triumf con un significato più pesante e più scuro: qui non c’è alcuna storia di battaglie e vittorie sul nemico bensì un monumento alla sottomissione culturale al quale l’India venne sottoposta per 300 anni.
A noi si aggiunge pure la ragazza di Moeen, una giovane ungherese che arrivò qui dei mesi fa come modella: insieme giriamo la parte più bella di Mumbai, ossia i cosidetti hanging gardens che non mi colpiscono più di tanto, principalmente per la poca manutenzione che è stata fatta. Da lì ci spostiamo poi dalla moschea di Haji Ali, una costruzione religiosa costruita in mare al quale si può aver accesso attraverso una pavimentazione in cemento: il mare è particolarmente agitato pertanto le onde che si infrangono sul camminamento producono delle bordate d’acqua al quale bisogna stare attenti per non trovarsi fradici. Dentro la moschea ci sono le reliquie del santo musulmanto ed è lettarlmente ripiena di fedeli che scalzi sul marmo bagnato camminano e fanno l’iter di preghiera.
La vera highlight però è la cena che voglio offrire ai miei ospitanti: la prima ipotesi che avevo avanzato era quella di andare in un ristorante italiano dove la madre di Moeen poteva assaporare un pezzo della nazione del quale ha sempre sognato. Poi però, il discorso economico ed il fatto che è la mia ultima sera in India mi ha convinto a scegliere l’opzione locale. Andiamo in un ristorante e tuttociò che ordiniamo non è piccante, semplicemente squisito e saporito, il cibo indiano che incontra al 100% il mio gusto.

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Prima gli indiani o i venexiani?

19 Luglio 2011 – Mumbai (IN), Giorno 479, 7.00

L’arrivo è dei soliti: truculento come un treno sleeper solo può fare, puzzo come un cane, oppure come mille altri indiani che hanno dormito sulla stessa branda. Almeno sono a Mumbai, la Bombay inglese, l’epicentro di Bollywood, industria cinematografica del quale con orgoglio sono riuscito a vedere solo mezz’ora prima che i livelli di glicemia si facessero particolarmente allarmanti.
Mumbai mi accoglie come del resto hanno fatto le altre città indiane nell’ultima settimana: leggera pioggerellina alternata ad acquazzoni che fanno molto bene alla salute e rigenerano la pelle, fortificandotela con un po’di spazzatura aerea. Devo trovare un arma per rinsavirmi dalla catalessi mattutina e cosa meglio di un italianissimo caffè in qualche catena trendy? Illuso! Già dalle 7.30 quando arrivo in treno in stazione, vedo pochissima gente camminare in giro, fatto alquanto strano trattandosi del centro della metropoli indiana e quando arrivo all’ingresso trovo che aprono alle 9.30.
Ma quando minchia bevono il caffè gli indiani? (Un amico ha poi suggerito che questo tipo di locali sono molto in e fanno il pienone dalle 19 in poi. Tanto mica devono svegliarsi presto, vero?)

La piogggia continua a scrosciare e finalmente prendo contatto con il mio amico Moeen, dopo che anche lui con tempistiche casalinghe, si è tranquillamente svegliato. Casa sua dista 3 km ed i taxi quando mi vedono arrivare si sfregano le mani: 300 rupie e me ne vado senza nemmeno rispondere, 200 rupie e mi metto ridere, 100 rupie e chiedo se è incluso qualche extra, 30 rupie e salgo in auto.
Non male però, il prezzo decuplicato…chi ha imparato prima? Loro o i veneziani?

E’ da anni che non vedo Moeen, da quando nel 2003, insieme lavoravamo sulla catena di panini Subway a Londra ed io imparavo a distinguere i vari modi d’insultare in Hindi. E subito appena smonto lo sento dire ciutia al tassista ed io sorpreso, chiedo perchè gli ha dato dello stronzo e risponde “ti ha chiesto 30 rupie ma sul tassametro e messo 20″. E’ tornato in patria dopo aver vissuto nel Regno Unito per 9 anni e, dopo un anno e mezzo a casa, fa ancora fatica a riabituarsi: gli pesa l’assenza della cortesia e gentilezza inglese ma soprattutto lamenta il customer service imbarazzante. Mi racconta alcuni episodi mentre lo vedo smadonnare all’autista di taxi della situazione: è stressatissima e la vitiligine che, nel 2003 era marginale, ora gli ha conquistato tutti gli arti. Questo per lui è un problema, considerato che lavora come modello ed è costretto a riempirsi di make-up ogni qualvolta ha un colloquio presentativo oppure una photo-session.

Incontro pure la madre dolcissima di 65 anni che però, se paragonata a mia madre che ha la stessa età, sembra avere almeno il doppio degli anni; la signora è estremamente cordiale ed un po’ alla volta mi racconta la sua storia di vita, la sua esperienza e di come molte volte si debba sostituire al figlio per ottenere ciò che vogliono. In India alle persone anziane viene dato il giusto rispetto e lei mette tutta la sua tenacia per ottenere qualcosa che se il figlio trentenne chiede viene snobbato.

Intanto fuori piove e da come mi dicono, in questo periodo è routine e quotidianità quindi a noi si prospetta la situazione congeniale di raccontarsi e scoprire cosa ognuno ha fatto nell’ultimo periodo. Poca voglia di girare, poca voglia di vedere, molta voglia di ascoltare un amico.

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Vetriolo consueto

18 Luglio 2011 – Hampi (IN) – Mumbai (IN), Giorno 478, 8.00

Si parte dal primo mattino con gli spostamenti, vero fattore che caratterizzerà la giornata odierna: mezzo addormentato prendo il bus verso la città polverosa da film western che è Hospet, dal quale dovrò prendere un altro bus verso Bijapur. Per qualche motivo sconosciuto il biglietto costa abbastanza, la cifra spaventevole di 170 rupie che fa persino destare il sospetto che mi stiano gabbando con un prezzo ad-turistam e invece vedo che pure la popolazione indigena paga uguale.
Il viaggio è usuale routine stradale indiana: sorpassi al vetriolo, specchietti del bus rotti contro un altro bus, sedili scomodi e sei ore di stop ad ogni villaggio per riempire il mezzo. Non posso fare nulla, leggere risulta impossibile a causa degli scossoni continui ed io mi sto abituando, non mi soprendo, non mi scandalizzo ed ormai posso definirmi adeguato.

Mi manca terribilmente la possibilità di fermarmi dove voglio, a comando. Qui vedo passivo, paesaggi passare…ed io non posso parteciparvi.

Golgumbaz

Delle cinque ora di viaggio previste alla fine ce ne vogliono sei e mezzo ed io bacio la terra a Bijapur solo alle 15.30, due ore scarse mi rimangono per visitare la città con numerose costruzioni islamiche. Soddisfo velocemente i bisogni primi di rifocillamente e nell’ora che rimane scelgo di passare ad esplorare il Golgumbaz, il monumento più grande di Bijapur avente una cupola di 38 metri, seconda solo a quella di San Pietro. Questa struttura è il mausoleo di Mohammed Adil Shah e la proporzione enorme risulta una finta facciata, una volta varcato l’ingresso: non un solo affresco, non un incavo sulla roccia ma solo nuda struttura portante ed un eco alle voci che accentua ancor di più l’essenzialità spoglia. Da ammirare c’è solo l’opera edile di un lavoro impressionante, la versione cementizia di un calciatore molto bello ma senza sostanza: forma.
Deluso vado di fretta verso la stazione del treno, accompagnato da un ragazzino che parla benissimo inglese per la giovane età: trovo finalmente un interlocutore interessante, senza rendiconto secondo a dettare le sue parole, ma solo la curiosità derivante dai suoi 14 anni. Scopro che nella scuola che frequente gli viene proibito di parlare la lingua regionale, che comunque conosce, e l’hindi, che invece non ha imparato e tutti gli studenti devono parlare in inglese.

Il primo treno della giornata mi porta da Bijapur a Solapur, città che non ha alcun merito ad essere nel mio itinerario se non si trattasse dello svincolo dove poter prendere il successivo treno verso Mumbai. Dopo due arrivo nella piccola stazione dove non c’è modo per trascorrere l’ulteriore attesa di due ore prima del prossimo multi vagone che mi porterà nel capoluogo del Maharashtra; e qui, mentre tontono sul come intrattenermi, spunta Ganesh, un giovane che prima investiga come di rito la mia vita ed il mio viaggio e poi si offre di portarmi ad un vicino internet cafè.
Oltre, null’altro: ho di nuovo scelto lo sleeper perchè l’abitudine è a 360°. Vada anche per il dormire sulla brandina senza un minimo di lenzuolo a separarmi dal millimetricamente dalla bisunta cuccetta.Che sarà mai, alla fine?

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Lena

17 Luglio 2011 – Hampi (IN), Giorno 477, 9.00

Hampi è come Khiva, un posto nel quale potrei trascorrere piacevolmente diversi giorni; qui a dettarmi scaletta è però il fatto che mi rimane una settimana d’India e a giorni incontrerò il mio amico Moeen a Mumbai. Quindi oggi, dopo aver fatto nelle giornate scorse i ritagli del villaggio, toccherà al cuore, allo royal centre dove sono presenti diverse costruzioni degne di nota; manco a farlo apposta, il cielo è coperto, non vuole aggiungere la sua presenza scenica nemmeno oggi però mi accontento.

Evito di entrare dove serve un biglietto e mi aggiro per le splendide rovine di Hampi che mi danno una perfetta idea di quanto maestoso fosse stato il sito. A passeggiare ci sono tanti stranieri ma quel che mi sorprende, moltissimi indiani, questa gente particolare che ho innalzato ad unico motivo per il quale valga veramente la pena venire qui in India. Sono straordinariamente e splendidamente diversi da ogni altro popolo incontrato nel mio cammino e questo è motivo primario di curiosità: peculiari nella loro andatura, con il loro ritmo difficilmente comprensibile ai miei occhi. Mi spiegava Soumendu la storiella di un ricco nobile inglese che con la sua auto stava facendo un tour di alcuni dei suoi poderi nel sud dell’India; ad un certo punto vede un indiano dormire steso su uno stuoino ed inizia una conversazione:
Inglese: Ma perchè stai dormendo e non sei a lavorare?
Indiano: Ho lavorato nei campi stamane, ora mi riposo.
Inglese: Come ti riposi? Hai ancora metà giornata, potresti fare qualcos’altro…
Indiano: Tipo far cosa?
Inglese: Chessò, lavorare altrove…
Indiano: Perchè?
Inglese: Così puoi guadagnare di più.
Indiano: E a cosa mi serve?
Inglese: Mille cosa. Puoi costruirti una casa grande, spaziosa….
Indiano: E a cosa mi serve?
Inglese: Così stai bene, puoi riposarti…
Indiano: Ma non era quello che stavo facendo allora!

Una popolazione che va capita prima possibile per sapere cosa aspettarsi da un si che può essere benissimo un no, da una scossa del capo che può essere altrettanto un si oppure un no. Un popolo dalle salde tradizioni contraddistinte ma fortemente debitore di 300 anni di colonizzazione; un popolo che nonostante tutto è portatrice di un detto “un ospite è come Dio” che fa capire il loro senso umano.

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Sconvoglimento societario locale

16 Luglio 2011 – Hampi (IN), Giorno 476, 9.00

Per girare i dintorni di Hampi mi conviene prendere una bicicletta di quelle che noleggiano nel centro storico e poi spingermi, convinto delle mie capacità motorie in disuso da tempo immemore. Non controllo nemmeno la bici quindi nemmeno mi accorgo del fatto che è monomarcia e appena esco dal centro la salita che porta verso sud ha un gradiente che mi fa scaldare le gambe in brevissimo tempo; mi fermo in cima per ammirare le costruzioni dell‘Hemakuta hill sulla destra che sembra essere una maestosa continuazione del grande tempio giù vicino al bazaar ed il tempio Krishna sulla sinistra. Ovunque mi giri a destra o sinistra  ci sono manufatti storici o qualche scenario degno di nota. Spendo qui le prime ore della giornata, nonostante il tempo si mantenga da giorni tra il nuvoloso e la pioggerellina.

Da qui cerco di spingermi verso Anegundi, una zona a nord ovest della città vecchia e di dove ho l’hotel senza sapere che la strada è più lunga di quel che sapevo e soprattutto in salita; la bici non mi agevola e mi fa faticare dall’alto della mia inedia acquisita e quando arrivo all’altezza del villaggio non riesco a capire cosa ci sia da vedere dato che non ci sono informazioni. Un’altra cosa che funge da deterrente è la troppa attenzione riservata dagli abitanti del villaggio e la loro velocità nel mandare i bimbi a chiedere soldi; non trovo ciò che cercavo quindi ritorno indietro velocemente, questa volta in discesa con sprint aggiunta dalla fame altissima.
Vado al ristorante Mango Tree, consigliato su ogni sito e su ogni guida come il miglior posto per mangiare di Hampi e…c’è il suo motivo! Persevero nella cautela con il quale le persone indigene considerano un piatto più o meno piccante e scelgo il sicuramente non pepato paneer butter masala (il paneer è un formaggio indiano): forse uno dei migliori posti nel quale ho mangiato in India, questo piatto ha la giusta cremosità, il giusto retrogusto e lo divoro con 4 o 5 chapati, un pane indiano tipo piadina.
Per dare tempo allo stomaco di smaltire questa esperienza culinaria di grande “peso” ed impatto, sto nelle vicinanze del centro visitando il tempio di Virupaksha, il “faro” della città dato che si può vedere da distante. Pochissimi turisti e molti hindu in preghiera ed in pellegrinaggio dato che Hampi è centro molto importante della religione indiana. Nella città fino a prima che il turismo diventasse economia trainante, era molto difficile trovare carne di alcun tipo e l’alchool era ocmpletamente inesistente; ora, a quanto mi è stato riferito, aldilà del fiume pare essersi sviluppato un centro “backpacker”, dove il fumo di hasish e marijuana passa sotto  il naso mentre ti bevi una birra.

Si capisce perchè il turismo in alcuni posti non ci deve essere, specie nei villaggi di popolazioni “incontaminate” e Hampi ne è il perfetto esempio di sconvoglimento societario locale.

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Storico indiano capolavoro

15 Luglio 2011 – Bangalore (IN) – Hampi (IN), Giorno 475, 8.00

Ecco, il problema nel viaggiare di notte in treno o bus riceve la sua interpretazione massima al mattino seguente, quando dopo aver dormito poco e male, si odia il prossimo. Arrivo a Hospet con il treno AC che comunque esso sia ventilato, non mi fa dormire manco per niente: dalla cittadina polverosa e senza carattere, prendo un bus verso Hampi che dista 16 km. E qui avviene il miracolo inutile di prendere sonno dato che il tragitto dura 20 minuti, anzi contribuisce alla serie di pisolini da dieci minuti, il tutto fomentando l’odio verso qualsiasi cosa mi circondi. Penso “Ora ariverò a Hampi che sebbene sia celebrata da ogni indiano, sarà un merda e oggi sarà una grandiosa giornata storta..”

Invece, una volta passate le collinette che separano Hospet da Hampi, inizia il magnifico spettacolo naturale delle montagne di roccioni rotondi, un preludio a quel che vedrò pochi minuti dopo; in un contesto così straordinario, nel 1400 s’insediò un principe dell’Andhra Pradesh che pian piano fece diventare il sito uno dei complessi Hindu più grandi ed impressionanti. La grandezza e l’insieme di colori e vegetazione mi fa ricondurre la mente ad Efeso in Turchia, solo che qui i romani non c’entrano niente: questa è storia indiana come non vedevo da quando avevo lasciato Bhubaneshwar!

E’ bassa stagione e con 150 rupie (2,5€) trovo una stanza mediocre con il bagno esterno e le lenzuola che destano qualche dubbio sulla data nel quale siano state lavate l’ultima volta ma va bene così/chissefrega. Subito voglio immergermi nel caldo indiano che non demorde sebbene il cielo sia coperto da nuvoloni: faccio in ordine i templi di Achyurataya e Vittala: il primo è isolato da tutti gli altri incastonato magnificamente in una vallata e dalla posizione sopraelevata a nord dal quale arrivo, mi pare di essere immerso in un film. E’ fantastico, con un corridoio di entrata lunghissimo che un tempo veniva utilizzato come bazaar. Da qui cammino verso Vittala e lungo il sentiero a piedi ci sono numerosi resti storici di costruzioni antiche: il ben più celebrato tempio di Vittala stimola molto meno il mio entusiasmo, forse perchè la locazione non è altrettanto scenica (ed anche perchè costa 250 rupie per entrare!!!).

Il caldo e la stanchezza mi tagliano le gambe già dal primo pomeriggio: l’idea iniziale era di rimanere qui solo due giornate ma avendo avuto un primo assaggio così positivo, molto probabilmente rimarrò tre giorni interi in modo da poter visitare con il giusto ritmo e la giusta attenzione questo posto che mi pare speciale.

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