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Quindicesimo mesiversario di viaggio

28 maggio 2011 – 27 giugno 2011
Prey Lvea (K) – Chennai (IN)
31 giorni Totali, 893 km nel mese corrente, 22.559 km Totali
Spesa totale: 1186,54 €.

Il mese di viaggio peggiore da quando sono partito, senza se e senza ma. Ho trascorso praticamente tutto giugno tra una malattia e l’altra, prima la tonsillite in Thailandia e poi l’infezione intestinale presa in Orissa, in India. Così della Thailandia ho finito con il vedere, ancora una volta, solamente Bangkok ed in India trovarmi disperso nei miei pensieri, nello shock culturale e, quando malato, nella voglia di essere a casa.
A non avermi lasciato solo un attimo in tutti e tre gli stati è stata la morsa della pioggia monsonica che specialmente in Cambogia non mi ha risparmiato un giorno.

Questo è il mese di chiusura budget dato che con ogni probabilità sforerò la spesa che mi ero prefissato causa inaspettato costo alla dogana nel rientro dello scooter. Si, perchè mentre lo scooter si godeva una lunga crociera transoceanica, io ho deciso di tenere fede allo spirito del viaggio ed approffitarne della temporanea separazione per esplorare un nuovo stato. L’India ha lo scopo di rallentare il mio vagare, durato ininterrottamente 15 mesi, pertanto visiterò tenendo conto del mio nuovo ritmo che deve abituarsi ad un aspetto sedentario, complice anche la stanchezza accumulata nel tempo.
Ironicamente però, da subito mi sono reso contro che il subcontinente indiano non ha nulla a che fare con la semplicità di Thailandia e altri paesi del sud-est asiatico ma necessita un acclimatamento ad hoc; le attività giornaliere procedono apparentemente secondo un sistema inesistente, la religiosità è omnipresente, il cibo è da prendere con le pinze per via della piccantezza e della perenne incognita igienica.
Mi sono trovato a Calcutta incapace di prendere una decisione, soppraffatto dall’inconciliabilità della realtà contro la mia aspettativa; ho dovuto rimboccarmi le maniche, tentare, lasciarmi andare con lo splendido popolo indiano per tornare a galla e recuperare entusiasmo.
Un’entusiasmo che è rimasto colpito dalla precaria situazione fisica dettata dal “mal d’India”; presumevo di incontrare problemi, ma non così persistenti.

Malgrado ciò ho raccolto tantissime storie: storie di vite vissute, storie di drammi personali, storie raccontate nel mezzo di un viaggio in bus urbano, storie di amici reincontrati, storie di tradizioni, storie…Non c’è mal di stomaco o tonsillite che tenga la mia curiosità e non c’è fine alla loquacità della mervagliosa, colorata, sorridente gente indiana.

Cara Thailandia…

16 Giugno 2011 – Bangkok (T) – Kolkata (IN), Giorno 446, 7.00

Gli occhi sono lucidi ed ho dormito poco, però almeno ieri sera ho trascorso una bella serata quindi accetto il dazio volentieri. Oggi però è un grande giorno: dopo sei mesi di Asia con gli occhi a mandorla (e più se si considera Kirghizistan e Kazakhstan), vado in India!!!

C’è curiosità, non esagerata, dato che per qualche motivo sconosciuto, questo stato non è al vertice delle mie preferenze ma, ho l’occasione di andare quindi ne traggo beneficio. Voglio però vedere questa zona del mondo, da molti definita come “illuminante, sporca, mistica” e fiondarmi tra gli indiani, che non sia Brick Lane a Londra…

La metro è piena tanto per cambiare, anche se impeccabilmente pulita ed organizzata; ritardo la mia colazione fino all’arrivo in aeroporto per finire gli ultimi bath che ho con me quindi aspetto e ripenso a come abbia scarsamente visitato la Thailandia. Purtroppo sia all’andata sia al ritorno, cause di forza maggiore mi hanno obbligato ad una permanenza entro Bangkok; una capitale, si sa, non è il luogo più rappresentativo della cultura di uno stato e Khao San road lo è ancora meno. Lascio in sospeso un mio commento su questo stato nel quale dovrò ripassare un giorno, magari includendo nel pacchetto Birmania, Malesia e Indonesia.

Già nella sala d’aspetto ho la perfetta idea di dove mi sto dirigendo: baffetti ad ogni uomo e sari per le donne, mi danno un anticipo di ciò che mi aspetta. Il sonno e la stanchezza fanno si che il volo sia interminabile ed anche spaventosamente inquietante: per la terza volta in circa un mese e mezzo, all’improvviso mi viene una sensazione claustrofobica. Sento di essere ingabbiato in aereo ed il cuore comincia a pompare in agitazione: mi vuole tutta la mia razionalità per calmarmi e far capire ai miei neuroni impazziti che non sono in pericolo. Quel che è strano è che non so come questa fobia abbia generato, dato che è un problema che non ho mai avuto.

Lascio una lettera veloce di addio alla Thailandia che ho ingiustamente visitato approssimativamente e molto poco,

“Cara Thailandia,

sono venuto da te due volte, ognuna una quindicina di giorni, eppure non ti ho visitato. Un pochino mi ha voluto male ed un altro pochino ero impegnato con le pratiche di viaggio e alla fine ci siamo incontrati di sfuggita. Perchè non importa che io sia stato tanto tempo se ho la sensazione di non averti realmente apprezzato; la durata conta poco se so di essere stato superficiale, quindi sono certamente stato da te ma non ti conosco.

È come quando si ha un collega di lavoro che lo si incontra ogni giorno e non si va oltre il saluto e due parole sulla partita di calcio della domenica.

Di contro, ho subito avuto l’impressione che non ci fossero i fondamenti perchè andassimo daccordo, non per uno specifico motivo, ma per una questione di sensazione a pelle. Le persone sono acccoglienti e disponibili, mi hai inoltre dimostrato di avere un cuore storico (Ayutthaya) e mi parlano molto bene del nord-ovest però questo tuo tratto prevalente di paese soggiogato ai turisti mi disinvoglia a venire di nuovo.

Tutto funziona, girare in scooter è semplicissimo, ci sono tutte le indicazioni,tra  i migliori ospedali d’Asia e del mondo, c’è la metro, ci sono i ladyboy e i bordelli per coloro che cercano quello, la dogana è facilissima. Insomma tantissimi tratti che da un’annetto avevo quasi dimenticato…ed ancora mi piace la spontaneità del resto d’Asia.

Claudio”

Guardo fuori dall’oblo dell’aereo e vedo il demonio di pioggia che sta venendo giù: “Ma in India non fa sempre caldo?”.

Sono smarrito. Devo contattare il ragazzo di couchsurfing che mi ospita ma qui non vendono SIM da poter utilizzare per chiamare, non ci sono telefoni pubblici e tantomeno ho soldi. Fortuna che incontro Candelaria e Leandro, due argentini dei quali lei ha già vissuto qui. Clicchiamo subito e in un misto spagnolo inglese ci mettiamo daccordo di andare in centro così mi faccio mostrare un po’ la città: Calcutta si presenta subito come qualcosa di mai visto, una situazione diversa da tutto ciò che ho già visto. Lo sporco è diverso, la povertà è diversa, le persone sono diverse, la lingua è diversa, il cibo è diverso ed io tutto questo shock non so se sono pronto a caricarmelo sullee spalle.

Complice la pioggia c’è una fanghiglia ovunque si vada però alcuni indiani se ne stanno beatamente sotto una tettoia di un metro quadro, distesi per terra, un po’ sozzi. Vedo i rickshaw (risciò) con il tizio che lo tira a mano mentre corre a piedi scalzi; vedo la gente mangiare con le mani il riso mischiato con il curry, senza ausilio di un cucchiaio o altro.

Andiamo a mangiare al Blue Sky Cafè, mecca di tutti i volontari che servono al centro fondato da Madre Teresa nei vari dipartimenti che questo ha: lebbrosario, aiuto disabili, aiuto orfani e aiuto persone in stato terminale. Qui incontro una ragazza italiana che da pochissimi giorni è qui che vuole fare un mese e mezzo di servizio qui e un mese e mezzo in un isola indiana.

L’ambiente tra stranieri mi tranquillizza dall’impatto iniziale scioccante dell’India, un meccanismo che già da subito nutre i miei “perchè?”.

Camminiamo nella città, gli chiedo domande sulla cultura indiana stando attento a non calpestare qualcuno disteso per terra. E più sono le risposte, più sono le domande al quale voglio risposte, in un sistema di reazione a catena interminabile. Non so nulla dell’induismo quindi voglio sapere, voglio capire i legami tra i riti del giornaliero e le loro affinità con la religione.

…e mentre io sono pienamente coinvolto nel mio nuovo mondo fertile di scoperta culturale, fuori accade il cosidetto fuckin’ hell: piove a dirotto ed io devo tornare molto vicino all’aeroporto, che è dove abita Soumendu, il ragazzo che mi ospita. Come fare?

Voglio andare in bus per risparmiare quindi insieme ai due ragazzi chiedo alle persone, che sono l’ufficio informazioni migliore. O meglio ti aiutano molto, si aggregano in gruppi fanno scambio di opinioni e poi ti dicono dove andare: questo metodo però funziona in maniera alternata e considerato che piove, inizio pure a sclerare.

Così dopo essere montato in un bus, sicuro che andasse verso l’aeroporto e che invece mi sento dire di no, trovo una buon anima che prende la mia causa a cuore e mi conduce e prendere un taxi condiviso.

Soumendu ha una bella casa e vive con la moglie Swati e con un bel piattone di riso e curry gli spiego il mio viaggio mentre lui mi dice che fa nella vita: è il direttore di una casa televisiva che ha canali in West Bengal e Assam e mi dice che il suo compito è quello di scegliere i format, vedere l’andamento auditel e gestire in generale i canali.

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La storia thai

15 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 445, 7.30

Ho svuotato ieri la mia stanza dando lo zaino ricolmo con gli effetti personali che saranno con me anche in India a Young; per oggi abbiamo in serbo di andare ad Ayutthaya, luogo che volevo fortemente visitare da una decina di giorni.

Ayutthaya

Sveglia presto, arrivo in stazione in largo anticipo mentre aspetto che Young arrivi puntuale, dato che se perdiamo il treno dell 9.30 dovremmo aspettare più di un’ora per il seguente. Il maligno coreano invece si fa aspettare, chiamandomi dicendomi che è in ritardo e che arriverà agli sgoccioli: fortunatamente il treno parte in ritardo quindi c’è la facciamo a partire.

Il treno punta verso nord, tagliando quartieri delle città e fermandosi ad alcuni semafori del traffico stradale, in una situazione mai vista prima. Procede lentissimo e mi chiedo quando arriveremo di sto passo, ma ovviamente, una volta uscito dalla congestione  urbana, il veicolo su rotaia pedala veloce.

Vedo Ayutthaya, vedo la mappa e già le gambe mi fanno giacomo: optiamo per prendere un tuk-tuk che ci porti nei posti clou: passiamo per Wat Phanon Choeng, Wat Phra Mahatat e Wat Phra Si Sanphet. Mi piace molto, mi ricorda Angkor Wat solo che più derelitta ma con lo stesso fascino storico; la differenza sostanziale sta che i siti sono estremamente ordinati e lo stile è molto diverso. La pietra utilizzata per queste costruzioni è rossa e l’architettura qui delle cupole non è arrotondata, bensì una simil-versione gotica, con un pinnacolo lungo e longilineo. La pioggia si alterna al sole coperto in un gioco che non è proprio congeniale a far riprese con la telecamera, per la discontinuità che crea.

Young dopo il secondo sito lo vedo palesemente svogliato ed annoiato, complice il fatto che “tutti i siti sono uguali” che non è proprio vero, ma un pochino lo capisco. Come ad Angkor Wat dove c’è talmento tanto da vedere, si rischia l’overdose d’arte ed è giusto in posti come questi, dividere la visita in più giorni.

Martin intanto a Bangkok sta organizzando la serata e lo lascio giocare in casa. Il risultato è molto semplice: andiamo in un chiosco a mangiare uno dei piatti più disgustosi della storia, del pollo con gli anacardi che di norma è squisito, qui fa cagare. Arrivano poi due sue amiche sulla trentina molto dolci e simpatiche con il quale trascorriamo una piacevole serata in locali expat (la zona sembra sia campo di stranieri in generale). Andiamo poi in un bar chiamato “Titanium” del quale Martin parla benissimo: hanno pure la “cold room”, una stanza con la temperatura a zero gradi dove vai dentro, bevi una voodka e vieni fuori. Peccato che il resto della clientela sono maschi con escort e le due donne con noi, non gradiscono troppo. Una di loro mi spiega che ama andare all’haldlock cafè, che non riesco a capire che sia: dopo dieci minuti di contorsioni vocali capisco essere l’Hard Rock Cafè.

Nonostante non siano abbienti, le due ragazze bevono come due pompe, pagando le cifre indecenti del locale mentre io mi adeguo alla birra più economica, tenendola finchè diventa calda e…una bottiglia da compagnia.

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Oasi verde a Bangkok

14 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 444, 7.30

Visto il recupero dopo solo dieci gioni spesi orizzontale in una pallida camera d’hotel è ora di fare del sano sightseeing di Bangkok. La capitale in sè non è un posto travolgente artisticamente parlando però c’è ne è per tutti i gusti e le scelte, a livello di divertimento o culinario. Qualifiche che non mi tratterrebbero in un luogo per più di un paio di giorni, ma è anche lo snodo logistico mio e dello scooter, quindi pazienza e organizziamoci.

Meglio evitare i templi locali che vengono insieme a biglietti d’ingresso ad hoc per i turisti del sesso che come pagano 50€ per prestazione, qui si paga 10€ per quel pur sempre è un ingresso…

Young e io optiamo per l’isola di Ko Kret, locata un bella distanza a nord di dove residiamo e per arrivarci dobbiamo fare un melting pot di ferry, bus e taxi. Da subito c’è odore di metà turistica ma siamo durante la settimana ed in bassa stagione quindi ha l’aspetto da “tutto chiuso”; incontriamo un tizio che costruisce marionette in legno che ci spiega come le fa e a chi le vende. È molto simpatico e non accenna minimamente al fatto di comprare ma anzi dimostra genuina passione nel passare in rassegna le sue creazioni che, a dire il vero però, non sono tanto belle.

Il resto del nostro tour dell’isola prosegue indisturbato tra scenari naturalistici che ricordano quelli visti nelle isole del Mekong, solo che qui ci sono più connotati tropicali. Le persone quando ci vedono non fanno nemmeno lo sforzo di correrci dietro per vendere qualcosa perchè tanto siamo due miseri clienti per il quale non vale la pena alzarsi dalla sedia. Sembra che rompiamo le palle anche ad ordinare una bibita fresca ad un baracchino e sebbene siamo due stranieri, ora siamo decontestualizzati dal gregge che sono abituati a vedere, quindi ci scrutano con imbarazzante intensità.

Ma almeno vedo onestà: onestà nella curiosità e onestà nel dimostrare fastidio.

Letteralmente giriamo in tondo nell’isola che a vedere la cartina pare tanto piccola ed invece si rivela essere una scampagnata che non finisce più tra il caldo e umido previsto.

Sono obbligato a tornare in città presto per fare le ultime carte inerenti la spedizione dello scooter, ad essere più precisi, pagare e riprendere il passaporto. Pornchai è il solito affabile personaggione e mi dice che avrà in carico lui lo smistamento carte con l’Italia, quindi a me rimane solo che…pagare i 330€, escludendo la tratta oceanica che invece pagherò in Italia.

Termina anche la mia permanenza nel hotel New Siam I e me ne vado a stare da un couchsurfer ceco-americano; Martin mi aveva invitato a stare a casa sua ancora dei giorni fa ma causa la mia salute precaria, non volevo capitargli a casa da rottame. Vive ben fuori dal centro, in una soi laterale della Sumkhuvit e quando arrivo a casa sua rimango sbalordito: l’abitazione è letteralmente enorme, saranno 200 metri quadri il primo piano ed un’altra bella dose il secondo. Mi spiega che i proprietarsi sono una coppia mista americano e thai che danno le stanze in sub-affitto e così facendo vivono nella casa, senza pagare nulla, tutto coperto dai coinquilini.

Parliamo del mio viaggio e della sua esperienza motociclistica di sei mesi prima di decidere di firmare per un agenzia di consulenza qui a Bangkok un contratto di tre anni.

Il caso è il destino della vita: funziona sempre.

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Lo scooter è pronto per prendere il largo

13 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 443, 7.30

Lo scooter da quasi due mesi è stato compagno assente: prima in Vietnam dove non ci fu la totalità del tempo e poi le longhe soste cambogiane ad ora qui a Bangkok, nonostante effettivamente io stessi lavorando per lui. Ora però lo scarico o meglio lo devo mettere a punto per il “carico”.

L’appuntamento con Pornchai è per le 11 di mattino in un posto aldilà del fiume che sulla cartina della città mi sembra vicinissimo. Invece gli eterni semafori da 100 secondi della capitale thai e l’andatura rallentata per rispondere alla domanda “ma sono giusto?” fanno si che arrivo involontariamente puntuale. Mi aspetto un maestro della casse o comunque un locale simile ad una falegnameria ed invece c’è questo tizio che penso con pezzi di legno improvvisati dovrà far il contenitore. Ma alla fine, come al solito, chissenefrega, dato che è più una cosa obbligatoria che in questo caso non vuol dire necessaria.

Mantengo lo smontaggio al minimo, togliendo solo il manubrio in modo da abbassare quei 15 cm, tolgo la coda per ridurre la lunghezza di 10 centimetri ed estraggo la benzina. Non posso nemmeno spedire con la batteria che comunque avrebbe poco senso, visto che è completamente esausta da tempo immemore. In 15 minuti, con un po’ di ansia da prestazione smantello lo scooter, do tutto ciò che deve venire spedito e saluto per la seconda volta il mio fedele compagno, dandogli appuntamento un mese dopo, un continente più in là…

Impaccato

Sono riuscito a fare tutto abbastanza velocemente e, al di fuori del fatto che devo dare il passaporto originale a Pornchai perchè la dogana sia certa che il veicolo è mio, tutto è posto: lo scooter è pronto ad andare in nave!

Ho quindi tempo a sufficienza per prendere un altra di barca, quella che fa da spola lungo il fiume Phraya, ed incontrare Young al museo di forensica all’ospedale Siriraj. Il coreano sarà presto uno studente di medicina, mentre io partecipo più in vece di cinico amateur del macabro. Qui però il macabro valica i confini dell’immaginabile con infanti deformi tenuti sotto liquido metilico: oltre a questi ci sono anche interi corpi di persone sottoposti ad autopsia e se mentre all’inizio penso siano di plastica, le cicatrici sono un effetto visuale inutile se così fosse. Organi umani, foto di persone che si sono suicidate ed altri tipi di immagini gore che fanno occhiolino a nomercy.com; più interessante è invece la sezione dedicata alle malattie tropicali che mi fanno entrare nel mio piccolo mondo ipocondriaco, considerati i numerosi malesseri degli ultimi tempi.

Alla sera, grande evento! Una della poche cucine che ha scansato il mio invecchiare, ha raggiunto la mia convinzione a venir testata: si tratta, guarda un po’, della cucina coreana. Con l’ausilio di Young andiamo in un ristorante vicino all’ostello, locato in zona turistica, che approcciamo con scetticismo elevato: non oserei mai mangiare italiano in questi ristoranti che ricavano la ricette da siti web anglofoni, quindi capisco Young e il suo dubbio. Lascio ordinare lui, precisando che niente debba essere piccante o acquoso, il che vuol dire escludere un buon 70% della loro cucina, però non c’è alternativa: per lo stupore di Young e mia contentezza, tutto è assolutamente squisito a parte il kimchi, dei sottoaceti dal gusto troppo acido. Il resto è delizioso ed accetto di pagare il conto salato in nome di una cena come si deve dopo tre giorni di magra.

Mica devo sempre dormire per terra e mangiare pad thai!

Desidero ringraziare (ed abbracciare…) le seguenti persone per la donazione! Grazie per aver contribuito a supportare il mio viaggio:

  • Sergio “Edvard” Ambrosoli, guru musicale nonchè contribuitore della mia soundtrack di viaggio, ha donato 10€

Chiunque volesse aggiungersi a questo elenco con una donazione, può farlo attraverso il sito sul link nella barra laterale destra, utilizzando una carta di credito o Paypal.

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Ai minimi storici

10-11-12 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 440-442, 8.30

Tre giorni che possono venire raggruppati assieme, perchè per la prima volta in questo viaggio mi trovo ad essere completamente sedato a letto, con una buona dose di medicinali. La tonsillite dopo l’exploit di giovedì sera non mi ha dato tregua per i tre giorni successivi, più per l’effetto consequenziale della febbre derivante; così se alla mattina faccia azione letargica al pomeriggio vago in stile zombie in cerca di qualcosa da mangiare.

Costretto persino ad interrompere la dieta vegan per non dar ulteriore fardello al corpo già provato: anche in situazioni normali infatti, il cambio radicale di dieta mette in moto le tossine presenti nel corpo creando spossatezza ed io ora non sono in grado di sopportare un ulteriore penalizzazione corporea.

Mi dispiace per Young, al quale ogni giorno devo dare “pacco” per via della salute però tutto ciò è al di fuori del mio controllo. Come all’andata, Bangkok si rivela città maledetta dove l’aria condizionata in ogni locale fa schiattare le fregne come me.

Nessuna highlight, nessun pensiero ad infilarsi nella mia testa bollente e poche speranze: ecco come genero le migliori canzoni che scrivo, aggiunto alla spinta di un amico a riprendere l’attività di composizione, che mi viene in mente di concludere un brano iniziato anni fa.

La musica, mio amore sin dall’infanzia, prima in maniera passiva ascoltando il rock demoniaco e poi essendone parte attiva, scrivendo musica: le note come valvola di sfogo.

Km. percorsi oggi: 0 Km                   Totale km da inizio viaggio: 22559 Km

Rise and fall

09 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 439, 7.30

Sono in forma, mi sento rinvigorito quindi è venuta l’ora di girare il resto di Bangkok, la parte della capitale thailandese che non visitai in dicembre. Non sono stato al complesso di templi, quindi opto per la visita di Wat Phra Kaew per la cifra impazzita di 350 bath (9€). Ci penso dei minuti prima di entrare e alla fine scelgo di accedere perchè non ho idea di venire a Bangkok ancora, se non di passaggio, così almeno mi tolgo dalle palle questa città. Il prezzo include anche l’ingresso a Vimanmek mansion, la costruzione in teak più grande del mondo, nel quale però son già stato in dicembre.

Wat Phra Kaew

Il tempio è tipicamente thai, colorato con centomila dragoni e Buddha ad ogni angolo e me la godo tranquillamente passeggiando lentamente tra i turisti e le guardie reali, rigide come quelle della regina inglese.

Bangkok è enorme e coprire a piedi la distanza che mi separa dal tempio all’ostello è una bella sgambata che faccio non tanto piacevolmente. Il premio però è il mio terzo giorno di cibo vegano: questa volta opto per un burger tempeh, fatto di semini e legumi farcito con del burro di arachidi, il tutto per dare un apporto proteico e vitaminico equilibrato.

Stasera arriverà Young, il coreano con il quale ho trascorso diversi giorni in Vietnam, dato che da qui volerà a casa.

Sarà che prendo della pioggia mentre torno in ostello, ma alla sera le forze sono al minimo, tanto che in attesa di Young faccio un sonnellino alle 18. Quando mi chiama per dirmi di essere arrivato, mi sento malissimo ed il termometro dice 38,6°C: Young arriva e non faccio quasi nemmeno tempo a salutarlo che gli chiedo se mi accompagna in ospedale.

Andiamo in taxi, non vedo nemmeno dove ci dirigiamo dato che tengo gli occhi chiusi in sofferenza totale: all’Adventist hospital mi fanno una flebo di minerali e, in pieno stile asiatico, una borsetta di farmaci da prendere. Mi fan quasi pensare che prescrivono tante medicine, così chissà che almeno una funzioni.

Torno semi-morto all’hotel, diagnosticato con una tonsillite ed una scorpacciata di farmaci da prendere.

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Pensiero pro-attivo

08 Giugno 2011 – Bangkok (T), Giorno 438, 7.30

Ho l’appuntamento con lo spedizioniere alle 10.30 dalle parti del parco di Lumphni, la zona dove ci sono praticamente tutte le ambasciate. Dopo un po’ di confusione nell’individuare il palazzone giusto, incontro Pornchai, il direttore di Capital Logistics Thailand, la sussidiarie dell’azienda madre italiana. Il signore è estremamente disponibile e dopo aver visionato le carte, mi assicura che tutto il necessario dovrebbe averlo.

Sarà la nuova dieta priva di latticini e derivati animali o le medicine o il fatto che ho dormito poco ma ho una stanchezza enorme addosso e cammino faticosamente. Guardo per trovare un posto etico che sia in regola con lammia nuova disciplina settimanale però non trovo nulla che non sia sushi e costi un fottio di soldi. Devo anche acquistare il tanto agognato grandangolo per la telecamera ma non ha senso che mi metto a far compere in questa condizione, dato che finirei per acquistare il primo prodotto senza nemmeno contrattare sul prezzo.

Questa nuova sfida mi sta mettendo nella situazione di analizzare sempre qualsiasi cosa, vederne il contenuto e una volta individuata la parte animale, scartarla. È un esercizio utilissimo, per ragionare cosa c’è dentro quello che mangiamo, se ci serve e soprattutto, se diamo un apporto equilibrato all’organismo. Normalmente ho una buon rapporto di comsumo carne/vegetali, però sto così scoprendo nuovi gusti e nuovi piatti: arrivo dallo stesso ristorante di ieri ordinando un hummous e falafel con pane pita, come da secoli non mangiavo e sorpresa sorpresa è squisito. Per la prima volta utilizzo il concetto “sono vegetariano” che sebbene non applichi, è il modo più semplice per dire ad un tizio che lavora in un ristorante “non voglio mangiare carne”.

Parlando con i miei amici mi trovo ad essere strenuo difensore di una cosa che non sono ma di una causa che comunque supporto: mi sento dire “mangia carne più che puoi, perchè non puoi risolvere nulla” che oltre a forzare una dieta sbagliata, rafforza il concetto di capronaggio. È come dire “se non puoi risolvere il problema dei ladri in Italia, sii come loro” che è il motto migliore per riassumere il perchè della situazione politico-economica italiana. Non c’è (apparentemente) nulla da fare quindi mi adatto.

La stessa persona che accusa gli italiani di essere caproni, la pensa alla stessa maniera. Dico,ma se io ripudio qualcosa perchè mi ci abituo ed anzi vivo adottandone i dettami?

Altri mi dicono di non sopportare “l’imperialismo alimentare” imposto dai vegetariani che tentano di convertire nuovi adepti, fossero manco dei testimoni di Geova. Personalmente non ne ho mai incontrati e penso che i mangiaerbe che fanno così, siano dei novizi che devono più convincere se stessi prima che gli altri.

Il mio pensiero è che se uno non mangia gli animali perchè li adora in tutte le sue forme o semplicemente non ama la carne, è una motivazione mentale indiscutibile.

Se uno non mangia la carne”solo” per protesta contro l’allevamento intensivo, questo ha tutto il mio rispetto: è una forma che va magari contro il proprio piacere gustativo mirata a non farsi coinvolgere in quelli che sono i danni che questa industria crea.

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